Gli aristocratici per terra
Caro diario,
Vita diletta, amica pianta, Giacomo Leopardi, verso l’ottavo vago. Quelli ingiuriano: superali, sorpassali, saranno i loro vermi sociali. I discorsi, le abitudini e, tanto per cambiare, il problema ancora irrisolto. Sai già che non dovresti toccare il falso del nostro secolo, il mostro, l’indecente gobbo in casa. Non lo sapevi? Meglio che non parli anche dei disturbi, dei problemi d’identità. La scuola diventa tutto: le manie, i nostri amici stomachevoli. A volte non sappiamo dove portare il pensiero. Arrivederci.
Chi sono i nostri mali? Quale differenza c’è fra male e diavolo? Chi sparava dal lato sinistro della testa? Sembrava il diavoletto dei disegni. Siamo in un passato in cui la legge risolve i dubbi costruttivi, le creazioni. Più tardi questo software, o la musica, torna indietro. Sono affari tuoi, questa società ibernata. Mi sembra un replay: non dovevi parlare.
Non ci troveranno. Il ghetto, il governo come male o diavolo: saranno soltanto miserie moderne, fantasie, allucinazioni. Senti chiedere, per piacere, chi pensi di non aver già risolto. Quanti diverbi a cui mettere un punto. La morte, come si dice in gergo, oppure ragazzi che non parlano e si contestano il bene. A casa, più persi loro di noi, più di quanto pensavi.
Conosci il potere della parola? Sai cosa volevano dire quelle di prima? Grazie, una pausa. I diavoli e i mali erano dietro la porta. Bisogna lasciarli lì: agli occhi sembreranno quisquilie. Più tardi, dalle querele alle indagini non fatte, dichiarate incoerenti. Invertendo il bello con il buono e il cattivo, ciò che possiamo fare oggi sarà lo stesso fra due anni. Finché non si compila un programma, rimane uguale. Serve anche vedere cosa ti dici alle spalle, distinguere all’occorrenza fra i sensi. Che guaio senza soluzioni.
Buona giornata, italiani liberi o passivi, incarcerati dallo Stato in casa. Il tuo caro pioppeto, insaccato principale. I malintesi saranno tutti errori: ancora falsi, società di falsi. È un peccato grave se lo Stato è un male. Cosa ti alzi a fare? Prendi un caffè, il passato sei tu. L’unico trucco è che l’altro ha ragione, come il tuo genitore o il mio che ancora ci vieta qualcosa. Magari i globi annebbiano la vista.
Quanta libertà deturpata esiste sul fondo. Viviamo uno stato illegale, io mi sento sempre verde. La persona più perspicace ha capito la modalità d’uso. Qui non c’era tutta la libertà. Anche senza un’abitudine radicata si risponde alla scorsa settimana unta, senza presentazioni. Punto.
Mi sorge un dubbio: sembrava niente, invece il nostro ingegno era oscuro, come ordine o cosa pubblica. All’ora di pranzo ciò che sembrava sarà passato. Un prodotto resta tuo, oppure no. Muoviti, datti una scossa. Il protestantesimo diventa un movimento, speriamo. Vedrai quanto fosse presente la casa nel nostro Stato. Nella settimana agivano soltanto questioni: chi vede provvede, eppure non si poteva fare nulla.
Un grande evento accade nel pomeriggio. La comunità è usurata, onesta e misera. Non cadi: vieni, andiamo. Comincia l’autunno, una nuova epoca per questi giorni. Come se fosse niente giacere nelle miserie del passato. Cosa vuoi che non ti dica? Sembra grave mente, in questa quiete. La gioia è di tutti, ma non per tutti. Una cadenza dell’armonia sonora ripete la vita per renderla vera. Il volgare non è una ripetizione educativa. Non seguire la strada indicata se sembra scorretta. Non dovremmo neppure dirlo, ma il passato illegale e fascista è già successo.
La vita ci regala l’oggi. Siamo noi l’astro cadente, chi vedi cadere verso te stesso. Non è vero che sia già successo a te, se non lo sai. Non è vero che ti prenderanno. Ciò che succederà domani non puoi deciderlo oggi. Chissà cosa ci faranno dire. Domani sarà nelle nostre mani. Prenditi tutto il tempo che vuoi, vivo, insieme alle cose mai fatte. Attento a non farti male: è finito il periodo del vuoto, del non essere mai nato. Non il nostro strano modo di guardare.
Cosa voleva il ladro? La nostra bontà, senza credito per il suo reato. Un omaggio all’odore del corrompersi addosso sembra troppo. Chi ci ascolterà domani, se piangiamo ancora? Quel pensiero di tre righe non sarà finito. Un consiglio: i soldi che puoi spendere oggi spendili adesso, poi qualcuno non c’è più. Ridi, forse siamo noi a imbrogliarci, in gergo. Non ci piace.
L’ultima persona siamo noi, la più responsabile di questo povero book di persone bruciato e ossidato. Nessuno ci dirà mai la nostra vera natura, chi siamo. Ci dicono: soccombi di giorno o sei un ladro, cadi o resti inferiore. Vero come la bolletta della luce o del gas. Poi puoi soltanto ciò che hai già pagato. Rex, lux: vige la legge, diventa matematica. Non l’hai capito? Il perché non può dirtelo. È lui l’assassino, il tuo male, il migliore amico o un falso mascherato da lui.
Spinti verso il basso, la perdita ci libera. Si soffoca spenti; chi muore è la disgrazia della casa. Credo nel soffocamento del dolore, non nella crescita del male. Il film serale ci colorava di valchiria. Era un vuoto: ecco perché non si capisce che un quadrato su un quadro non è sul niente. Il futuro arriverà comunque, in ogni tempo. In questo moderno elettronico nulla sfugge al vero, alla legge vera. Senti se il cuore batte, se il telefono squilla, invece di sentire noia, valchiria e anarchia. Saranno per sempre una cosa sola?
Sacro, profano o zombi: non arrivi di sopra se non sali quelle scale chiare, sempre le stesse. Un muro va costruito con il cemento, più che dipinto di noia. La denuncia, però, sarà un reato di diffamazione. Peccato, giudicare sarà un errore. Qui nessuno ti fa il bene, perché anche domani sarà lo stesso. È difficile reggere un mondo diverso, che molti non conoscono, anche tagliato. Che confusione: dove finisce la denuncia entra l’abitudine. Sembrano particolari di una vita destinata al cestino. Invece è piena di cose buone nelle case, e nessuno lo sa.
Nessuno sarà noi stessi. Dormi di noia, o ancora non hai sonno. Non immagini quanti problemi abbia qualcuno. Dove ti troverò oggi? Sai cos’è eretico? Dove sei andata? Non parlare, altrimenti si rompe. Quel virus umano ha rovinato la poesia da dieci anni, e per altri dieci. Passato e presente non si svuotano come cartelle. Vaglielo a dire, mandalo a quel paese.
Oggi è ancora oggi: guarda il calendario, l’orologio, gli altri. Avanti Cristo: saranno tabelle scolastiche, quelle che ti mancano. Come mai? Matematica, geografia, lettere. Quale gran gelato. Poi sei tu che non funzioni, non io. Poi il contrario: tu sì, io no. Calerà il sipario cinque minuti prima, perché le persone non capiscano il tempo di fuori, che ore sono.
Lettere e scritti: Pensieri, racconti e riflessioni di Gerardo D’Orrico.