Versione rielaborata
È settembre del duemiladieci. Il telefono è ancora guasto e intorno continuano questioni che non riesco a comprendere. Mi chiedono perché parli del male in una casa che dovrebbe appartenere al bene. Ma anche qui esistono difficoltà: tacerle non le rende meno presenti.
Io da un lato, tu dall'altro. A volte sembra che basti appartenere allo stesso luogo per conoscersi. Invece dobbiamo ancora imparare a dirci che cosa significa vivere, a partire dal respiro, dall'aria che entra nel corpo e ci tiene qui.
Che cosa viene censurato oggi? Che cosa posso aspettarmi? Molte cose rimangono inespresse e finiamo per confondere le nostre posizioni. Mi sembra di essere al tuo posto, poi scopro di non sapere quasi nulla di te. Il futuro di cui discutiamo è già cominciato, anche attraverso gli strumenti elettronici e i programmi che usiamo ogni giorno.
Guarda l'orologio. Il tempo passa mentre parliamo di soldi, dell'automobile, del mare che vorremmo vedere domani. Sono questioni quotidiane, eppure dentro ciascuna ritorna la domanda su chi siamo. Ti ricordi ciò che volevi dire prima che la conversazione si interrompesse?
A volte tutto sembra risolto perché nessuno aggiunge una parola. Restano però le cose che non abbiamo fatto, i luoghi in cui desideravamo vivere, le persone ancora turbate. Non basta invitarle a tornare a casa. Anche lì potrebbero ritrovare le stesse domande.
Lo Stato mi appare come un organismo che consuma energia senza restituire abbastanza vita. Penso alla forza bruta, alla violenza che arriva fino all'omicidio. Una tragedia diventa presto passato nei discorsi, mentre per chi l'ha vissuta continua. Ricominciare non significa che tutto sia stato risolto.
Anche quest'anno i fiori appassiranno. È la nostra epoca a tracciare una direzione, e davanti possiamo trovare un muro. Non tutti gli ostacoli sono immaginari. Leggere i giornali, attraversare le notizie, può lasciare la sensazione di un vuoto organizzato, in cui perfino l'abitudine all'autoritarismo diventa normale.
È domenica e vorrei riposare. Dove non c'è neve il giorno sembra più dolce. Provo a interrompere il pensiero per riconoscere il momento che stiamo vivendo. Una volta parlavamo del futuro con maggiore fiducia; ora rischiamo di precedere ogni desiderio con una rinuncia.
Le persone, però, sono ancora qui. Hanno case, occupazioni, una vita interiore che non coincide con il loro posto nell'economia. Chiamo bug l'interruzione che ci lascia senza contatto. L'immagine mi aiuta, ma non mi indica ancora dove intervenire: sul telefono, sulle parole, sull'abitudine di rimandare la chiamata.
Il denaro deve raggiungerci come il sangue raggiunge le parti del corpo. Vedere qualcuno scivolare lentamente verso la povertà è doloroso. Un sorriso può nascondere una caduta che non abbiamo notato, una solitudine dentro cui nessuno sa più come entrare.
Il semaforo è rosso. Mi fermo. Ho fame e il capo non parla degli stati d'animo. Alcuni problemi sembrano già risolti sulla carta, ma chi si occupa di ciò che proviamo? La mia anima bionica, a metà tra la vita e i suoi dispositivi, aspetta ancora una voce dall'altro capo del telefono.
Lettere e scritti: Pensieri, racconti e riflessioni di Gerardo D’Orrico.