Oggi è un giorno come un altro. Non ci si sente meglio. Dopo dormiremo. Il non sapere ha sempre rovinato molte famiglie; scusami, non intendevo parlare della mafia, ma di qualcosa di peggio. Dunque vi siete persi. Non sai più a chi credere. Chi erano quelli? Non sarebbe meglio andare a bere una birra, per dimenticare dove siamo e, ancora di più, ciò che già si scorda? Esiste il vuoto dentro di noi. Dovremmo cancellare, una volta per tutte, i nostri disastri. Restano tante domande, più giù, dove non si capisce cosa ci sia: ehm, dentro il vuoto. Non parlare, per non avere più un’espressione.
Morte al fascismo, al falso fascismo. Cioè: non parlare, o ti denunciano morto ammazzato. Sarà vietato perfino dire che, superato un male nell’io, la proprietà artistica si raffina? Per cui sei bello. Respira, io continuo. Credimi, era un vero confondersi per ritrovarsi. Il pensiero ideologico di oggi, però, era tanto in basso rispetto a ciò che dovrebbe essere da far dubitare di chi siano le persone. Serve riprendersi la coscienza del quotidiano, anche di ciò che non sappiamo perché non era successo. Chi te lo dice? Dove vuoi trovarlo scritto?
Forse nessuno ci ha capiti. Nel lessico trovi qualcosa, ma dove guardi? Prova nel tuo cassetto preferito. Tutti sconfiggono un male, convinti della lotta, e si perdono. Sono imbroglioni. I tuoi fan o i tuoi capi sono decapitati; qui, invece, è tutto caro: firma buona e originale. Poi fai tu, scegli chi, come, quando. Abiteranno nello stesso posto, anche il mio. Il peso, l’odore, le manie, le fobie nelle quali sperare; l’eccidio di oggi, per loro, è nulla.
Per il potere si pagherà sempre di più, o niente. Sono copie di noi. Dimentica, se vuoi. Un insetto, invece, andrebbe preso a modo, come il migliore strumento. Meglio non sprecarsi troppo. Ma ciò che t’impedisce di parlare bene di me vuole entrare nelle nostre teste, convinto che nessuno lo veda, per dichiararsi una novità. Aspetterà domani, il prossimo eccidio. L’amore muore, novembre che muore. Ciao.
Il classico è l’arte. Lascia andare quei pensieri sulla pancia, poi giù, sulla scrivania. Una convivenza esemplare non consiste in un no o in un sì: è così. Il mare esiste. Cosa si vuole conoscere? Cosa non sai? E tu dov’eri? C’erano problemi dalla soluzione ovvia, ma di quella soluzione non si poteva fare nulla. Un tempo non esisteva niente, dice. Un’epoca fa c’era soltanto una superficie: due volte un male, eppure sembra ciò che chiamiamo dolore. Qui da me non c’è modo di litigare. Quelle questioni si sono già perse. La soluzione diventa la via da percorrere.
Saranno malati che si percuotono, camuffati per sembrare arrabbiati. Le parole stanno in una gravità non conforme. L’errore sarà circoscritto. Chi parla è la soluzione? O è meglio non dire ancora la morte? Nessuno dice chi o cosa sia lo Stato. Le persone non esistono, ma l’argomento era di stasera: voi siete stati cancellati. Non c’era una soluzione, che sarebbe stata la cosa più semplice. Perché? Per tradizione si tira lungo, là dove non c’è niente. Credimi, la soluzione sei tu. O le strade sono già state trovate. Forse sei proprio tu il soggetto di cui stanno parlando.
Il male è il miele. Si vede che lo sguardo mira troppo in basso, oppure non esiste più spazio per la vita. Di solito siamo già nel bene, o sembra tutto passato. Come domani, che doveva ancora venire: non si torna indietro. Sarebbe meglio dire che hanno sbagliato. Domani non risplende di nessuna montagna; sarà la vita, la via che arriva, e siamo ancora nel male, ancora nelle parole.
Non c’è più niente da dire. Quei file saranno stati cancellati, assieme ai tanti impedimenti posti per non farli ripetere. Gli umani, comunque, funzionano proprio nel punto in cui non era mai stato possibile. Sarebbero quelle le cose da non accettare. Uno spento. Che notte buia: qui c’è la distruzione, fine della frase. Ora ti dico che non segue niente. Calmati, sono tutti i problemi. Giorni assieme, oppure in sogno, ma sempre i quesiti dell’altra volta. Sei ancora in ascolto o ti sei distratto? Punto.
Dopo un poco è tutto finito. Termina qui; qualcuno di sicuro tace. L’atto che non bisognava compiere, le cose che quelli non dicono: certo, le sappiamo tutti. Ma chi è il saputone? Non io, né un altro. Ancor oggi, questi promiscui promontori di noi. Forse hai già capito che il resto di me sei davvero tu, che non parli o non esisti. Era tutto quello che avevi, e non l’hai preso. Schiere di umani non hanno mai perso niente di sé. Non credere nel male, ma nella sua presenza. Non smetterò di dirtelo.
Funziona così: non rinnegare mai la fede in Dio e nelle patatine fritte. Sei un ragazzo. Non hai un Synergie, soltanto un Energy. Chi ti dirà come prosegue la frase? È il male che ti parla, cioè il tuo miglior amico, o chissà chi. Chi ti dirà perché non parli con le A aperte? Cosa può fare un’assenza di Stato? Non è cambiato niente: come cinque minuti fa, un incubo. Tante cose da dirti, e la vita è piena di errori.
Dal peccato non si parla. Non si pensa al bene come a un modo per liberarsi della parte nociva. Bisognerebbe spiegarsi se ciò che si dice giù in strada sia una parete di sughero attaccata a una parte di cervello. Il bene e il male, come tutte le cose, esistono fuori di te, attorno e dentro. Con chi perdi il tuo tempo? Perché non ci sei? Siamo già un prossimo assolto.
Non esistono persone libere; non si esiste in una sola forma d’onda o in una nota. Quante volte siamo stati attaccati. Ancora vogliono sapere in cosa sbaglino: ladri, furfanti, persone che soffrono perché neppure la laurea è bastata a capire sé stessi. Lo vogliono ancora, e sono loro ad avere la colpa. Oppure vogliono confondersi. Sai, il mondo era davvero piccolo.
Ecco: sì o no. Questa sarà la differenza, il prezzo di una vita, la luce divina riflessa nel vetro di una finestra. Non hai mai visto crescere una spora. Tornano tabù e idiozie, come se eliminare il problema ne cancellasse la fonte. L’aria fresca costa quanto la sorgente della felicità o la fine delle bugie. Poi ancora silenzi, bestemmie lavate a mano dalla pioggia. Ciò che dovevi fare tu lo costruisce un altro, e va oltre.
Credo nella musica, non nel suicidio di massa. Quanto è goffa la normale falsità degli umani: ciò che vedi, e basta. La forza della solitudine, del saper restare soli, è più grande e più lunga. Dove ti dicono «ti assicuro», è falso il vero oscurato. Ciò che sembra orale non era parola: erano azioni, contro di te o per te. Aria fresca irriverente, ricordi di un’epoca sbagliata già esistita.
Ricordi, o hanno da dire anche su questo? Tutti lo chiamano passato, ma serve ancora a qualcosa, oggi. Deve restare: la ferita è troppo forte, anzi troppo aperta, come l’incidente. Non riuscirai nemmeno a parlare. Sono mai venuti a ucciderti in sordina? Sì, tacerai. Poi non sarà più il tempo di una volta. Dal carcere ti diranno come non si possano chiamare gli errori assieme al Sole di oggi. Lo stesso, come sempre, voleva passare per un altro e incolpava uno che non c’entrava. Non si può godere di nulla? Dì al vicino, venuto a chiedere, che domani sarà lo stesso. I ricordi, l’amore, la passione, la musica: persi nel tempo, assieme alle perdite di tempo.
«Tu e io nella potenza della nostra gola, dove finisce il mare. Quanto falso fascista è il nostro tempo. Vedi come brilla la luce? È sorprendente ritrovare sempre le proprie cose in casa, al loro posto. Un po’ per tutti è così.»
Lettere e scritti: Pensieri, racconti e riflessioni di Gerardo D’Orrico.