Esercizio per oggi
Europa al di qua di un animale: non superi ciò che hai davanti. Ci vuole un ingegnere o un avvocato per capire perché manchi un tipico prodotto pubblico, o se la morte fosse arrivata prima di sera? Un segreto cammina, e tu non hai fatto niente. Sarà la paura di non esprimersi correttamente, per i cieli del sereno Celeste, oppure il pensiero di essere uno zombi. L’hai pagato: che cosa non hai arrestato? Oggi in Italia viviamo lontano da ciò che esiste intorno a noi. Se non avere fosse l’unico errore, guarda, se ne sarebbe già andato. A volte il dissenso ci chiude, e continuiamo a restare dentro. Non c’è trucco: ci prendono per estinti. Da spento non puoi muoverlo, mentre in un modo o nell’altro si può morire davvero. Resistiamo dove, come si dice in gergo, c’è pagato. I nostri errori non sembrano essere rilevati. È ciò che vogliono di più: un riguardare di tredici arti insieme, che aspirano a stare sullo schermo di tutto il pubblico. Apri gli occhi. Dieci anni indietro, dieci avanti: vedrai un falso totale in testa, nel luogo in cui viviamo, in centro, dove vuoi. Ecco, fammi una foto.
Ancora e sempre complessità: nella sintassi, nelle articolazioni degli arti, nella comprensione emotiva. Sembriamo sottoposti a indagine, come le nostre città quando arriveremo alla fine di domani. Una mia soluzione teorica è la benzina nell’auto: se c’è, cammina; altrimenti si ferma. Qui non puoi muoverti liberamente neppure in pieno centro. Hai mai visto, in un film americano, il trucco di dare soldi alle persone? Non farlo in Italia, ci sono troppi parassiti, troppi zombi laccati. A volte è anche il contrario: devi chiudere la bocca per non confessare. Che cosa credevi? Ci penserai domani o il mese prossimo, in questo gennaio zero tredici. Sembra di spegnersi fiammiferi in bocca, o di dormire sognando da svegli. Vedo questo popolo zombi, travolto dall’illegale.
Un bene non ha bisogno di muoversi. Un rapporto ci rappresenta in due, per essere vicini in modo isotropico. Saremo uniti per avere il vero bene, per capire, pagare, reagire insieme. Se vuoi risalire sulla terra devi avere un amico chiamato il gergo: il come si fa. Altrimenti, come vorrebbero che vivessimo al loro posto? Dentro un delinquente libero, un anti-istituto, oppure senza lo spazio per creare una città dentro un’altra. Non si può vivere un bene senza almeno un biglietto, un ticket: un motivo, una ragione per andare in giro. Si dice che il mondo, in fondo, sarà un decaduto. Ci sarà soltanto bisogno d’un po’ d’aria, subito. Le parole sono divise fra loro: ancora problemi di sintassi, o fantasie. Preferisco pensare a come si cambia, a quanto sembra cambiato in questi giorni il resto di tutto ciò che era. Ecco, restate fermi: ora vi scatto una foto. Cheese.
In alto si accende un software alternativo, migliore di un sottobanco privato: un tasto e poi la musica. Il bene non è mai un linguaggio estraneo all’oggi. Disconosci che oggi ucciderà domani. Accade ancora, se ti fa piacere, ciò che avresti fatto nella tua piena libertà. Un nuovo intero si rinnova nella propria realtà, non soltanto nella facciata di un errore o di ricordi. Bisogna suddividere le esperienze, disporle su un quadro per vederne il valore, anche economico. E serve lasciar stare: più che stare morendo, sei già defunto. Mi sembra una società a catasta, anziché catastale. Si vive, si ride, ma si perde. Chi saranno le persone intere? È come se il documento fosse incompleto nella descrizione. Ah, se tutte le voci in giro fossero inesistenti: si potrebbe anche dirsi disinteressati, o non classificabili dallo Stato. Il bene, però, è adesso, più della fine di tutto ciò che vuoi. Le mani si piegano verso il basso, per chi non vuole più niente.
Il domani sarà sacro, ma tu non c’eri. Ehm, non ci sarai. D’altra parte non ci sono leggi o religioni aggiornate a quest’ora, per questo. Lo Stato fallisce ogni giorno un bene, come se qualcuno volesse cancellare l’esistenza presente sotto, sopra, fra noi. Ecco, era il male. Ma esagera nel suo scopo, quasi sempre colpendo anche sé stesso.
Buongiorno, ti presento la mia prima colazione dei ricordi. Che cosa ho comprato della Samsung? Che cosa ci sarà scritto nei post successivi? Lavaggi antifascisti a cottimo, compiuti da umani distratti; lavaggi di memoria, trasformazioni di persone e idee in blocco. Non si è ancora capito quale bene si paghi. Sarà ciò che hai comprato, più quello che hai in tasca. Finirà così, poi si torna a casa: tutto qui. Comincia domani e tutti rivogliono i soldi per comprare un giorno nuovo, mentre non danno più niente di ciò che prendi. Tu, invece, installa il possibile. Giornali, news: nessuno viene mai a parlarci senza uno schema in bene. Davvero, il resto non lo vedevamo perché era troppo vicino.
Il non istituto, mah. Per me era un mentitore, un falso. Avrà una carta d’identità, degli anni vissuti di sopra, non per niente. E c’è anche il perché non siamo pagati a dovere. Ti consiglio di non avere remore, di non guardare soltanto la forma: si paga la verità. Ecco, però, chi è soltanto un gioco o un affare non ha già finito come noi. La legge sarà una scienza, come la medicina, un calcolatore del tutto originale al posto dell’intenzione cosciente d’insultare. Sembra che qualcosa non l’avesse capito. Sì, fra l’altro sono affari suoi: non l’ha pagato ed è ancora lì. Anche perché eri tu a non voler più sapere, o a non voler capire perché nessuno avesse mai incontrato nessuno. Una pratica legale vola più in alto, nel senso della costruzione. Sorridi a chi vuole farti male con la legge. Dimmi, non hai tempo o hai le articolazioni stanche? Sai che sarà sempre così. Nessuno ride accanto a uno dei propri duplicati, e non occorre essere per forza un defunto.
Quanto coraggio serve per arrivare a dire «anche oggi»? Ho notato, fra l’altro, che era un altro bene. Chissà quanto sarà dura togliere la nebbia dall’orizzonte, vedere il panorama. Quale turbine di vento ha cacciato oggi la volontà di procedere? Troppo indietro, troppo lontano. Proseguire un discorso sembra vano, se non eretico o inutile. Invece ci vogliono troppi soldi, giusto? Comunque saranno rimasti tutti alla fermata del pullman: alla fine prenderanno freddo lì. Com’è possibile che non si sappia neppure se questo lavoro sia cominciato? Nessuno l’ha mai finito. Finirà? Forse non avremo altro dalla vita? Guarda la foto del professore che ti ha laureato e rifletti su quando si è fermato. Polvere e amianto non sono niente. A volte gli umani lasciano gli altri; a volte sono come frigoriferi. Pensa che il bisogno si perde con il tempo, quello che c’è voluto per non avere più voglia. Ti capita di passare davanti alla tua vecchia università per dirle quanto fosse vuota? Il peso reale delle cose che ingoi, e il rame. Ne hai mai sentito parlare, del rame? Buona giornata di lavoro, a domani. Era dietro le parole, era dietro, più svelto del braccio. Non sembra la calma, come: ecco il futuro. Non sarà il vero quesito mai risolto? Diventa già da allora, fino all’anno prossimo. Tutti parlano e nessuno vola più sopra. Oppure tutti volano più sopra, ma non si vede niente. Forse il viaggio è stato falso, o breve. Che cos’è, poi, più sopra? Ci sono umani? Chi sono, come sono fatti, come sono le loro opere? Saranno quelli che dicono oggi, domani, dopodomani. Sai ridere da estinto? Ridi: quanti milioni di euro ci sono nelle tue mani, o in quelle di tutti? Le tasse di tutti, oppure la differenza fra bene animale e soggetto. Poi, perché tutti parlano, escono, si divertono e non risolvono? Sai quanto costa una soluzione? Si compra, se vuoi. Avrai sentito parlare del vero, del contemporaneo, magari del mancato. Tutti presenti, tutti spenti, e non c’è tempo. Troppe cose che dovremmo avere già. Dai, supera il tuo non istituto, gli amici che possiedono in casa il proprio male. Non sono il futuro, come sembra. Hai mai sentito dire: «Il futuro devi pulirlo tutto, per bene. Devi farlo»? Sai quanti soldi si spendono ogni giorno nei nostri Stati terrestri per non avere il potere, per disdire come starci? Ehm, semplicemente mai. Eppure pagano per farlo. Per me, sai, non è il tuo cervello che ultimamente si è inceppato.
Qualcuno ti ha mai detto il futuro? Già, ma un magari resta un magari, al nord come al sud. A chi è davvero in alto, com’è successo di non riuscire neppure a parlare? Forse uno stato d’unione di due atomi nella stessa ragione. Esiste ancora un interesse nella forma che si segue. Un anello gira ancora su sé stesso. Saranno troppi i soldi buttati per niente oggi. Ecco il solito; guarda anche domani. Quanti altri ne spenderemo fino alla fine dell’anno? Un prossimo viene pagato anche per vent’anni. Si dovrebbe pensare che un male sia un ignorante grandissimo: a guardarlo sembra l’anti-coscienza, un’immensa assenza di Stato, anziché il disegno di essere l’età adulta di una persona in arrivo. Per guardare questo baratro di menti spente non devi soltanto sentire: devi assordare. Non tu o la morte, e basta. La verità si paga in altro, come non si può comprare. La casa e la bomba per farla saltare in aria, e restare ad aspettare che convivano bene. Il futuro che ti paga, il futuro che era passato: il futuro si paga. Compra la tua realtà virtuale, anche senza istruzioni scritte. Adesso ti serve soltanto una dichiarazione per tutti. Va bene, era la nostra vita. Ora salutami con una mano: sei un dio.
“Si continua distrutti e stanchi per la normalità, perché si accende o si spegne. Non hai più congiunzioni fra le parole, legamenti, oppure hai paura? Quella parete può davvero caderti addosso. O sarà già crollata.”
Lettere e scritti: Pensieri, racconti e riflessioni di Gerardo D’Orrico.