Versione rielaborata
Un altro giorno entra nella storia. Quale giorno, però? A volte sembra soltanto una ripetizione, un altrove in cui dobbiamo farci coraggio. Riprendiamo un dialogo e ci perdiamo, come se l'essenza di ciò che volevamo dire fosse già svanita.
Siamo simili a una bottiglia dimenticata, dal contenuto ormai sconosciuto. Il futuro rimane nascosto e il passato ci sembra sottratto. Ci chiedono di andare avanti senza guardare indietro, ma come orientarci se non possiamo riconoscere la strada percorsa?
Quello che non sappiamo domandare rischia di non arrivare mai. Alcune cose dobbiamo cercarle da soli. Questo non dovrebbe costringerci a tradire noi stessi per assecondare un inganno. Vorrei distinguere ciò che è ancora indefinito da ciò che qualcuno preferisce non spiegare.
Guardo gli edifici. Oggi mi meraviglia qualcosa che ieri sembrava inaccessibile, pur essendo già lì. Gli oggetti conservano un'opacità, e gli anni continuano a passare. Mi domando chi riesca davvero a comprendere ciò che tenta di dire, e quali conseguenze abbia l'espressione di un pensiero.
La realtà somiglia al riflesso in uno specchio incrinato. La società si costruisce attorno a idee che non sempre diventano un pensiero condiviso. Chi cerca di capire può sentirsi messo da parte, come un oggetto che non funziona.
Esiste una burocrazia anche nel linguaggio: formule da ripetere, cose da non nominare, parole che proteggono il silenzio. Vorrei sciogliere quei nodi. La paura di esprimersi lascia irrisolto ciò che il futuro dovrà comunque affrontare.
Accettiamo molte condizioni senza domandarci se siano giuste per noi. Intanto un gesto si collega al precedente, una conversazione a quella di ieri. Si forma un filo tra giorni e mesi. Diventare consapevoli delle persone con cui parliamo significa anche riconoscere questo legame.
Abbiamo un dovere di sincerità verso noi stessi e gli altri. Occorre distinguere ciò che abbiamo scelto da ciò che ci è stato imposto, ciò che è autentico da ciò che ne riproduce soltanto l'aspetto. La realtà virtuale cresce, ma cultura, leggi e procedure rimangono spesso difficili da comprendere.
Ci dicono che è un gioco. Non lo sembra quando riguarda la nostra vita e la direzione che possiamo prendere. Chiedo chiarezza, la possibilità di capire prima di accettare.
Il tempo assomiglia a una pioggia che attenua alcune tracce. Non cancella tutto, ma può modificare il peso dei problemi. Penso al sollievo di un lavoro concluso: per un momento ciò che abbiamo fatto trova una forma. Il presente acquista consistenza.
La normalità cambia in modi imprevedibili. Una strada apparentemente interminabile può non condurci dove vogliamo. Tornare a un percorso conosciuto non è sempre una sconfitta. Conta sapere perché lo scegliamo, senza lasciare che ogni giudizio esterno ci faccia perdere l'orientamento.
Riconosco ancora il fascismo nelle forme del conformismo e della repressione. Il nome può cambiare, mentre resta la richiesta di essere passivi. Per questo cerco uno sguardo critico: non voglio che l'esperienza venga cancellata o sostituita da una versione comoda per altri.
Il lavoro concluso mi aveva dato sollievo: una cosa fatta, riconoscibile. Nel linguaggio torno invece alle pratiche lasciate aperte, alle domande respinte prima ancora di essere comprese. Se per parlare devo prima indovinare la formula ammessa, quanto di ciò che volevo dire riuscirà a passare?
Lettere e scritti: Pensieri, racconti e riflessioni di Gerardo D’Orrico.